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lunedì 13 maggio 2013

TEMPORALI.





Sono seduto in macchina, piove. Sono fermo, parcheggiato.

Ascolto il rumore ritmato della pioggia sulla lamiera sottile dell'auto e scorgo un arcobaleno oltre il vetro bagnato su cui grosse gocce pesanti scivolano con impassibile fermezza.

Fanno sempre la cosa giusta le gocce: trovano una strada.
Fluiscono senza preoccuparsi troppo del resto, trovano una via.
La propria.

Senza arroganza ma con fermezza.
Senza pensarci, loro vanno, continuano senza troppi dubbi.

Dici poco...

Io vado.

sabato 27 aprile 2013

BON VOYAGE.

Ho sentito dire, stasera, che il nostro viaggio siamo noi. Che il modo in cui viviamo è lo specchio di come ci comportiamo.

Allora forse, mi dico - anzi -mi chiedo, se siamo effettivamente così padroni del nostro destino.
Perché, lo confesso, quella è una delle mie paure più grandi: non riuscire a fare il punto in tempo e quindi, sbagliare strada; sbagliare viaggio.
Guardarmi indietro e accorgermi di aver sbagliato meta.

Effettivamente però, a pensarci bene, guardando alle mie spalle, mi rendo conto che senza dubbio ho imboccato strade sbagliate ma che alla fine, in un modo o nell'altro, me la sono sempre cavata.

Forse la paura vera dovrebbe essere quella di non partire mai per questo viaggio e rimanere fermi, immobili. Passivi.

Perché in fondo, una volta partito, da qualche parte arrivi sempre.

domenica 13 gennaio 2013

AFORISMI LINEARI.




Ancora una volta mi trovo di fronte ad un aforisma della natura; messaggi che sembrano provenire da un effettivo pensiero. Esterno.

Il mondo sembra capovolgersi e metaforizzarsi in una serie di coincidenze talmente perfette da far sorridere.

Certi momenti sembrano essere scritti apposta per noi, perdono il proprio valore di coincidenza ed acquisiscono l'essenza del messaggio.

Il nostro mondo è pieno di cose da dire e pieno di cose da pensare.


A volte basta una linea tracciata nel cielo, al di sopra delle montagne su cui siamo soliti tracciare linee simili. Nostre.
Così la realtà sembra sdoppiarsi ed isolare singoli concetti che compongono un'idea più generale a cui siamo soliti pensare con una certa, naturale, leggerezza.
Come se, con una primordiale esplosione, una complessità si fosse divisa; semplificata e purificata.

Ci troviamo così di fronte a distillati delle nostre idee primarie. Come fossimo di fronte ad un'opera d'arte che riflette alcuni nostri pensieri. Nitidamente.
Come se su una tela fosse disegnato un momento perfetto della nostra vita ma quel momento - invece che essere rappresentato nella sua totalità - fosse rappresentato da tutte le singole idee che lo compongono.
Singole idee che compongono noi stessi.

Come un aforisma naturale della nostra vita.
Come la pura semplicità di una linea.

sabato 5 gennaio 2013

FREDDO.


Il vecchio si sedette su quel ceppo di legno, il solito su cui si sedeva da ormai molto tempo.
Le mani gonfie di freddo e fatica, rotte dal tempo, si chiudevano con pungente dolore intorno al suo bastone. Gli piaceva pensarlo più come un simbolo di qualcosa - saggezza forse - che come un reale strumento sul quale appoggiarsi.

Il solito posto. Quella parte di bosco leggermente diradata, quanto bastava per dare uno sguardo un po' più in là, un po' più a valle.

Era freddo. Un freddo puro, pulito, semplice. Quel freddo che è bello respirare. 
Quello che si crea quando è appena passato il tramonto ed in cielo si forma quella strana mistura di luce ed ombra. 
Azzurro e nero; con una punta di rosso come a testimoniare l'eterna lotta tra il giorno e la notte.

Quando è quel freddo a calare nel bosco, è in quel momento lì che i pensieri si fanno più semplici, lineari. Cristallini.

Per quello il vecchio si sedeva su quel ceppo, a quell'ora. Un ceppo forse appartenente ad un albero che avrebbe avuto la sua stessa età se non fosse stato abbattuto tempo prima.
Ci pensava il vecchio, a volte; ci pensava che sarebbe potuto essere lui ad essere abbattuto, invece di quell'albero. 
Chissà se avrebbe fatto lo stesso sordo rumore nel cadere.

Guardando in giù, tra i rami degli alberi, riusciva a scorgere alcune luci provenienti dalla valle e gli parevano essere più brillanti del solito. Gli parevano più vive.
Probabilmente era il periodo delle feste. Probabilmente era natale, ancora una volta.
Il vecchio in cuor suo lo sentiva; ma da troppo tempo ormai era là, lontano. Da troppo tempo aveva deciso di non badare più a che giorno fosse e, a che mese fosse, nemmeno.

Come avesse fatto a ridursi così non lo capiva bene.
Pur essendo consapevole di aver ricercato spontaneamente quella condizione ora, guardandosi dall'esterno, si compativa. Non si riconosceva. 

Come si era ridotto ad avere così tante cose da raccontare e nessuno che le ascoltasse? 
Come poteva aver preferito la vita in solitudine piuttosto che la compagnia delle altre persone?

Semplicemente era fuggito. 
Il pensare di dover dimostrare qualcosa a qualcuno gli impediva di vivere, di pensare, di respirare.
Solo ora, dopo così tanto tempo, si rendeva conto di quanto si fosse sbagliato, di quanto avrebbe dovuto fregarsene di tutto; di quanto probabilmente quelle fossero state solo supposizioni. 
Di quanto stesse rimpiangendo proprio quello da cui aveva deciso di fuggire.
Ma ormai era andata così, quella la sua scelta. Quella la sua condizione.
Davvero ironico il destino, perlomeno il suo - pensava.

Una lacrima prese forma - pesante - al lato di uno dei suoi occhi socchiusi. 

Una lacrima pesante come la paura; così pesante da staccarsi dolorosamente dal suo occhio, attraversare la fredda aria della solitudine fino a farsi strada nella folta barba grigia del vecchio e lì, sparire per sempre.

giovedì 1 novembre 2012

TRASPARENZE.

C'è che forse dovremmo smetterla di pensare alla pioggia solo come pioggia ed imparare a pensarla come qualcosa di più.
Come qualcosa che ci permette di snowboardare, di sciare, di essere.

Come qualcosa che ritorna e che è.


Come se non fosse un problema bagnarsi la testa e neppure un problema piangere.


Come noi.

Come pioggia.

giovedì 5 luglio 2012

ATTIMI.

Talvolta capita di vivere alcuni momenti, alcune esperienze, e sentire di viverli per davvero quasi fungessero da strumento per farci percepire la vita stessa.
Momenti limpidi e puri di consapevolezza del proprio essere. 
Esperienze che vanno oltre quanto ci si sarebbe potuti aspettare, non perché consistano effettivamente in qualcosa di particolare in sè ma perché rappresentano qualcosa di particolare per noi in quel momento ed in quel luogo.

Vissute da altri potrebbero anche risultare banali, ma questo, in fondo, non conta. Fa semplicemente parte del diverso modo di essere delle persone.

Ho vissuto uno di questi momenti sui fianchi di una delle montagne più belle - ed imponenti - che abbia mai avuto occasione di vedere, di esplorare, di percepire.
Per la prima volta mi sono rapportato ad una montagna con questo stile di salita e mai avevo faticato tanto in tutta la mia vita; mai mi era capitato di dover tornare indietro a causa del pericolo di non tornare affatto; mai mi era accaduto di dover legare reciprocamente la mia vita - in modo tanto stretto - a quella di altre persone.

Momenti di questo genere fanno percepire le cose in modo leggermente, seppur totalmente, diverso. 
Nel bene o nel male ti mettono di fronte ai tuoi limiti; al fatto che pensavi di poter dare di più, al fatto che non pensavi di poter dare tanto. 

Avevi mai pensato di poter arrampicare per diciotto ore e sedici minuti senza sosta? 
Non lo avevo neanche mai potuto immaginare…

Cambia l'ordine delle idee e con esso cambia la percezione delle cose che ti circondano, la fatica diventa relativa almeno fino a quando la soglia di resistenza è ancora alta. 
Poi pensi di non essere mai stato così stanco e malridotto nella tua vita; tutto crolla diventando freddo e stanco. In fondo soddisfacente.
Le tue sensazioni sono un concentrato di impotenza e soddisfazione, autostima e sereno fallimento.

Pensi di essere davvero misero e ti chiedi se anche gli altri si sentano così; pienamente svuotati.

Momenti che servono a farti capire che in fondo si può anche andare oltre e che, al di là di quell' "oltre", ci sia ancora qualcosa.
Momenti che servono a farti capire che forse spesso il limite è più un concetto psicologico che un'effettiva realtà fisica.

Attimi che stravolgono il concetto di successo e fallimento al punto da farti rendere conto che non sei tu padrone di quel gioco ma che comunque, in fondo, ti è dato di giocare.

lunedì 5 marzo 2012

IL DOLORE ALLE GINOCCHIA.

[da Soul Rider 03 - Gennaio 2012]

Quando ero bambino mi capitava spesso.
Mi capitava di spingere libri, quaderni e parte della cancelleria presenti sulla mia scrivania per stiparli in modo frettoloso e confuso verso il bordo della stessa che coincideva con un copricalorifero di legno laccato, bianco. 
Una volta liberato il presunto piano di studio vi appoggiavo le mani e facendo perno su di esse - con un salto deciso - mi ritrovavo in ginocchio sul tavolo con i gomiti appoggiati al davanzale della finestra che si trovava appena sopra e la fronte che premeva sul vetro.

Ho passato delle ore in quella posizione. Ore intere. Ore vere.
Mi capita ancora di pensarci e di pensare a quello che mi passava per la testa in quelle ore. Quella posizione era una posizione da sogno.

Abitavo a Milano quando ero bambino; ci ho abitato fino all'età di diciotto anni, più o meno. E' una cosa di cui a volte mi vergogno, ma non per davvero - non fino in fondo - perché anche questo nel bene o nel male, fa parte della mia traccia.
Abitavo in un quartiere di periferia, a Milano. Uno di quei quartieri in cui d'inverno c'è la nebbia che ti impedisce di vedere cos'hai intorno e anche quando non c'è la nebbia fai comunque fatica a percepire la reale profondità delle cose per colpa dei palazzi che ti circondano.

Una realtà abbastanza opprimente, ripensandoci. 
Io, per fortuna, avevo la mia finestra. Già perché in quella posizione - quella con la fronte appoggiata al vetro - io vedevo
Quello era il mio punto di vista privilegiato - una visuale inusuale per quel chi e quel dove - che mi permetteva di scrutare un'infinità di tetti, strade ed automobili; persone, alberi e gatti; viadotti, fabbriche ed autostrade.

Montagne.

All'orizzonte, lontane - ma vicine per la loro imponenza durante le rare giornate terse della pianura - loro. Insieme ad esse una necessità irrefrenabile di raggiungerle ed esplorarle, toccarle, conoscerle più di quanto non le conoscessi già.
Le vedevo lì, calme ed immobili; incuranti della frenesia che ci separava. Mi aspettavano, talvolta verdi talvolta, stupendamente bianche. 
Mio nonno lo diceva sempre che quelle erano le sue montagne ed io, di conseguenza, le sentivo anche un po' mie perché si sa, non c'è nulla che un nonno non spartirebbe con il proprio nipote.


La mia vita - penso a volte - è incominciata da quella finestra; da quegli sguardi, da quei sogni. E' come se tutto avesse preso una forma precisa durante quelle ore intere; quelle ore vere
Momenti passati a riflettere sul come sarebbe potuto essere e su come sarebbe effettivamente andata se avessi deciso - definitivamente - di rincorrerle. 
Frammenti di entusiasmo e di paura, come chi cerca di osare ma non riesce ad osare fino in fondo.

Se penso a quello che mi separa da quei momenti non mi sembra di ripensare a degli anni ma a delle vite intere. 

Sono partito. 
Ho vagabondato, conosciuto. Ho sbagliato e ritentato.
Mi sono fermato e sono ripartito di nuovo. Ho fallito ed ho avuto successo.
Ho studiato, ho visto ed ho perso di vista. Ho rincontrato ed ho perso per sempre.

Non sono mai tornato indietro né intendo fermarmi.

Se ripenso alla mia finestra mi sembra di sentire ancora il dolore alle ginocchia per il troppo tempo passato in quella posizione; gli spifferi freddi che penetravano dai serramenti poco sigillati e mia madre che mi urlava di studiare.
Se ripenso alla mia finestra ripenso ai miei sogni ed alle mie paure, ai miei successi ed ai miei fallimenti.

Nel tempo molte cose sono cambiate, al di fuori e dentro di me. 
Le montagne sono sempre rimaste lì - se pur diverse e più vicine - a permettermi di sognare e di sognarle.


La mia traccia appartiene ad esse ed esse appartengono alla mia traccia.

domenica 22 gennaio 2012

SENZA PERCHE'.

Certe cose è inutile che provi a spiegarle. 
Sono cose così, sono lì. Come le montagne.

Certe cose, se provi a dargli un senso finisce che il senso lo perdi tu. Vanno prese come vengono e vanno lasciate andare.
Con passione e dolore.

Tutti i giorni accadono.
Spesso invadono le nostre vite e non possiamo fare a meno di chiederci il perché ma in fondo sappiamo già di aver perso in partenza: nessuna spiegazione, nessun motivo. 
La ragione e la razionalità non contano.

Allora ti ritrovi lì; attonito e senza una risposta tra le mani. 
Non puoi darti risposte ma puoi solo "limitarti" ad esplorare te stesso, proprio come si fa in montagna - senza ragioni apparenti ma sentendo che è giusto farlo.

Le montagne - come tutte le cose della nostra vita - sono lì senza un motivo preciso, ma se ti guardi dentro probabilmente la loro immagine si riflette in te ed è pronta per essere esplorata. 

Senza un perché.

venerdì 9 dicembre 2011

SCRIVERE.

E' da un po' che non scrivo, una volta scrivevo di più - una volta.

Forse perché avevo più tempo per me, per le cose che effettivamente amo fare; o forse perché riuscivo meglio a ritagliare degli spazi per dedicarmi ad esse.

Mi sono dedicato ad altro in questo periodo, cose interessanti, cose che mi hanno dato soddisfazioni ma che sento non avermi arricchito particolarmente. 
Non quanto scrivere almeno.

L'atto dello scrivere esprime a chiare lettere la differenza tra il fare e l'osservare; anzi è proprio una stretta connessione tra le due cose. Questo - per me - è il vero significato dello scrivere.
Essere libero di fare; osservarmi mentre sto facendo; osservarmi dopo aver fatto e rianalizzare l'intero sistema tramite la scrittura.

Ogni momento del processo è fondamentale, ma la scrittura magicamente li sa riepilogare tutti in sé; sa dare l'idea dell'insieme, del complesso.
Ripensare quello che faccio senza scrivere sarebbe come guardare il particolare di una fotografia senza osservare l'insieme di quello che riproduce. 

Come guardare solo un singolo versante di una montagna e perderne così la globalità, nel bene o nel male.
Ogni dettaglio è fondamentale ma preso singolarmente perde il proprio significato; rimane come una curva tracciata perfettamente da qualche parte ma scollegata da tutto il resto.


Per questo ho deciso di provare, una volta per tutte, a dare sfogo a questa necessità. Senza paura di fallire. Senza troppe pretese. Senza poterne fare a meno.

Le storie esistono indipendentemente dal fatto che le raccontiamo o no, ma il raccontarle - forse - le rende più vicine.

sabato 5 novembre 2011

CARTA BIANCA.

[da Detour Agenda 2011]

Mi è stato detto di avere carta bianca per quanto riguarda la stesura di questo articolo.
A volte avere “carta bianca” risulta molto più complicato che avere delle direttive ben precise ed ordinate, perché spesso la troppa libertà ci disorienta, ci intimorisce o addirittura ci blocca.
Tutto sommato – nonostante spesso si predichi l’anticonformismo – ci sentiamo molto gratificati e tranquilli nel seguire alcuni schemi predefiniti e “collaudati”: non bisogna sforzarsi eccessivamente nel pensare e, soprattutto, non dobbiamo inventare nulla di nuovo. Non da ultimo seguire i dettami del senso comune ci consentirà probabilmente di ricevere determinate gratificazioni e supporti da coloro che ci circondano.

Guardare una montagna è come avere “carta bianca” nello scrivere un articolo.
Possiamo attenerci a quelli che sono gli approcci classici della sua salita e della sua discesa; possiamo limitarci a viverla come imporrebbe il senso comune; possiamo compiacere e compiacerci nell’essere come ci si aspetta da noi.

Oppure si può provare a pensare qualcosa di diverso. Nella vita, nello snowboard.
Riflettere sul fatto che tracciare una linea alternativa possa essere qualcosa di più compiacente del semplice seguire la linea di qualcun altro.

Quando guardo una montagna so di avere “carta bianca” e questa è una delle sensazioni che preferisco nella mia vita. Una delle sensazioni che più mi intimoriscono ma che al tempo stesso mi affascina maggiormente poiché so di avere l’occasione di poter creare una mia interpretazione.
Brutta o bello che sia.
Saper immaginare una nuova linea significa saper sognare, immaginare e provare passione; significa avere il coraggio di tentare, al di là della riuscita.
Significa seguire il proprio istinto.

Credo sia impossibile percorrere linee totalmente indipendenti, nella vita come nello snowboard. Nonostante ciò cerco di ricordare a me stesso quanto sia fondamentale farlo per sfuggire all’omologazione delle idee, alla morte della creatività e all’ingrigirsi delle esperienze.

In fondo questa carta bianca è lì, alla portata di tutti. Basta solo avere il coraggio di incominciare a scrivere.

venerdì 10 dicembre 2010

IT ALL BEGAN WITH A FLAKE…

[dal mio vecchio blog]

Alcuni di noi si svegliano dal letargo con l’arrivo dell’inverno. Con il primo freddo e con i primi fiocchi di neve. Quando l’aria si fa frizzante ed è possibile percepire chiaramente quando entra nel naso e penetra giù fino ai polmoni.
Si tratta di sensazioni e di istinti dimenticati, quasi rimossi; appartenenti non solo a stagioni passate ma a quando la nostra specie viveva a stretto contatto con una natura che ormai non siamo più abituati a vivere sulla nostra pelle.
Penso a queste sensazioni e cerco di “cristallizzarle” nella mia mente per fare in modo che non vadano perse con il prossimo cambio di stagione; ma questo sarà un problema che si presenterà tra qualche mese…
Penso a quanti queste sensazioni non le hanno mai nemmeno provate.
Che possa essere un inverno ricco di sensazioni cristalline.
Peace & Powder